Le banche centrali hanno preso un clamoroso abbaglio: per mesi a fronte di un’inflazione che raggiungeva in pochi mesi oltre il 10% di crescita, hanno sostenuto la tesi di una fiammata estemporanea, transitoria. La realtà ha finito per smentirli, costringendole a mettere in campo tardivamente il rialzo dei tassi d’interesse. Dall’estate del 2022 sono stati in pochissimo tempo portati da livelli vicini allo zero a oltre il 5% negli Usa e oltre il 4% in Europa. Un rialzo di un’intensità mai vista prima, tradotto in aumento dei tassi sui mutui e sui finanziamenti alle imprese. Solo negli ultimi mesi del 2023 si è prodotto un concreto rientro dei prezzi.
Ma ora l’economia è costretta a fronteggiare l’incognita di una politica monetaria ancora restrittiva. I mercati premono perché i primi tagli avvengano prima possibile, per evitare uno scenario recessivo. Recessione che per ora non si è vista per lo meno negli Stati Uniti, dove l’economia non è crollata e la forza lavoro non si è contratta. Più incerto il quadro in Europa, dove soffre più di altri il rallentamento dell’economia, la Germania.
Per l’Italia le previsioni indicano una crescita bassa nell’intorno dello 0,6-0,7 per cento per il 2024. Il raffreddamento del quadro inflattivo in Europa fa propendere ora per un primo taglio dei tassi in Europa per la prossima estate, così come anche la Fed dovrebbe mettere in campo a partire da metà anno la prima di una serie di tagli del costo del denaro.